venerdì 29 giugno 2012

Il grande Silenzio

1968, di Sergio Corbucci. Con: Jean-Louis Trintigant, Klaus Kinski, Luigi Pistilli, Frank Wolff, Vonetta McGee, Mario Brega.



Film tra i più cupi del genere, dal finale agghiacciante e pregno di un pessimismo senza pari. Pressoché unanimemente, è considerato uno dei capi d'opera in ambito spaghetti western
Fortuna che Corbucci non abbia utilizzato il finale alternativo che aveva girato (visibile tra gli extra del dvd), il quale avrebbe fatto crollare tutta l'impalcatura del film, con quella macro stonatura nella sceneggiatura - l'inverosimile ritorno dello sceriffo, in pieno stile "arrivano i nostri", che oltre tutto avrebbe cozzato non poco con la poetica dominate - ed a causa di una chiusura fin troppo edulcorata e quasi ottimista, simboleggiata dal sorriso a 32 denti del plumbeo Silenzio. Si narra che il finale alternativo fosse stato imposto dalla produzione, ma che Corbucci lo girò appositamente in maniera sgangherata ed eccessiva per non fargli mai vedere la luce... 

La pellicola mette in scena una storia che rivela, ad uno dei suoi massimi picchi, tutta la cifra stilistica e contenutistica di Corbucci, incentrata ancora una volta sulla vicenda del pistolero tormentato dai fantasmi del passato (come anche in Django, Gli specialisti, Minnesota Clay, Navajo Joe), narrata attraverso la rappresentazione di una violenza esasperata, cruda e quasi mai stemperata dal cinico umorismo spesso utilizzato da altri registi del western all'italiana, Leone su tutti.
Bravissimi i due protagonisti: Jean-Louis Trintigant (in quella che rimarrà la sua unica esperienza in ambito western) è davvero efficace nell'interpretare il tragico pistolero muto Silenzio e (l'immenso) Klaus Kinski ci regala una delle sue migliori performance nei panni dello spietato cacciatore di taglie Tigrero.
Trintignant e Kinski: Silenzio e Tigrero

L'atmosfera glaciale che aleggia per tutto il film è ulteriormente suffragata e sottolineata dall'insolita ambientazione della vicenda (ispirata ad un avvenimento realmente accaduto), che vede come sfondo un inconsueto e straniante paesaggio imbiancato dall'eccezionale nevicata del 1899, che ha colpito molte zone del sud degli Stati Uniti. (il great blizzard of 1899), nello specifico lo Utah (le riprese in esterno sono state fatte, per la maggior parte, a Cortina d'Ampezzo).

Il candore della neve fa risaltare ancor di più il rosso del sangue, che scorre a fiumi, ma l'aspetto più pregnante e peculiare della pellicola risiede nel ribaltamento della figura del bounty killer, che anche se costruita come sempre intorno ad un soggetto mosso da meri ed amorali interessi economici, ne esce ammantata di un'aura luciferina, a differenza di quanto avveniva negli altri spaghetti western, dove, tutto sommato, i cacciatori di taglie non erano proprio degli eroi e degli stinchi di santo, ma quanto meno dei personaggi con i quali si creava una certa empatia. A conti fatti, il finale è analogo a quello, ad esempio, di Per qualche dollaro in più (il cacciatore di taglie che ammucchia i cadaveri dei ricercati in attesa di riscuotere il compenso), con l'unica determinante differenza che la valenza quasi epica del gesto messa in scena nel film di Leone viene completamente ribaltata, e il messaggio che ne esce è, per contro, quello di una strage sanguinosa, cruenta ed ingiusta, disturbante, mutatis mutandis, quanto quella di Soldato Blu di Ralph Nelson.

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